Neanche il tempo di ritirarsi e Hannes Zingerle è già tornato in pista nella nuova veste di allenatore, al pari di Simon Maurberger, altro fresco “ex” che ha deciso di dare una mano ai ragazzi del Centro Sportivo Carabinieri rimasti fuori dalle squadre Nazionali ma con la voglia di dimostrare il loro talento e rientrare dalla porta di servizio nei palcoscenici che contano.
Zingerle ha chiuso dopo i Campionati Italiani del Sestriere (bronzo alle spalle di Borsotti e Vinatzer) al termine di una stagione difficile subito condizionata dall’infortunio al polso rimediato sulle nevi americane.
Lo sciatore altoatesino ha detto stop a soli 31 anni dopo 51 presenze in Coppa del Mondo (quattro top-20 in gigante), tre vittorie in Coppa Europa e diverse esperienze, compresa quella nell’ormai “defunto” Global Racing Team.
Lasciare il circo bianco e voltare pagina non è stato facile. Hannes ha fatto fatica a mandar giù le ripetute mancate convocazioni che con assoluta schiettezza ritiene palesemente ingiuste, lamentando una scarsa sensibilità nei suoi confronti da parte del d.t. Max Carca.
Ma il cancelletto di partenza fa già parte del passato. Per Hannes si sono aperti nuovi progetti, sempre all’interno del mondo che gli ha permesso di portare avanti la grande passione per la neve.
Hannes, la tua ultima stagione com’è stata?
“Abbastanza difficile. L’avevo preparata bene e ho avuto la mia occasione a Beaver Creek. I riferimenti in allenamento erano buoni, anche rispetto agli altri azzurri. Purtroppo pochi giorni prima della gara, al quinto giro in allenamento, mi sono rotto il polso. Mi sono subito operato e ho voluto correre il gigante, ma non è andata bene (fuori nella prima manche, ndr)”.

E poi cosa è successo?
“Non mi è stata data la possibilità di esprimermi. Avrei voluto fin da subito gareggiare in Coppa Europa ma mi è stato detto che serviva vincere le gare FIS. Ne ho vinte tre di fila e mi è stato detto che le avevo vinte con poco vantaggio. Per la federazione mancava sempre qualcosa, ho notato poca trasparenza nelle scelte”.
Sei tornato però a Berchtesgaden.
“Sono arrivato sesto partendo col 43. Ma non è bastato per tornare in Coppa del Mondo. Per loro sarei dovuto arrivare a podio anche con quel pettorale”.
È per questo che hai detto basta?
“Mi sono ritrovato in un ambiente dove non venivo giudicato più in maniera oggettiva. E questo l’ho detto personalmente al direttore tecnico. Io lascio a testa alta, senza rimpianti. E nell’ultima gara, ai Campionati Italiani, ho dimostrato di essere ancora tra i migliori gigantisti d’Italia nonostante non abbia più fatto parte della squadra. Smetto non perché non abbia più il livello ma solo per le scelte poco meritocratiche adottate nei miei confronti. La situazione non mi stava più bene”.
Ti sei mai spiegato il perché?
“Sinceramente no. Ho chiesto lumi sulle scelte ma non mi è stata mai data una risposta”.
A mente fredda come giudichi la tua carriera?
“Credo di avere avuto un percorso sempre in crescita, anche se non lineare. Un anno facevo due passi avanti poi un passettino indietro e così via. Avrei sicuramente potuto fare di più viste le doti. Forse non mi hanno aiutato i vari cambi di allenatori, skiman e staff. Una cosa che in Italia purtroppo succede spesso”.

L’idea del ritiro quando è maturata?
“Non è stata una decisione improvvisa ma emersa dal disagio provato nelle ultime stagioni. Il dispendio energetico, le ore di allenamento e la passione per lo sci si sono scontrate con quelle che ritengo siano state delle ingiustizie. Se la linea tecnica non cambia e quello che fai non basta allora diventa inutile andare avanti”.
Appesi gli sci al chiodo ti sei subito rimesso in pista con il Centro Sportivo Carabinieri.
“Era una cosa a cui non avevo pensato, ma sono felice di rimanere nel mondo dello sci agonistico. Spero di mettere a disposizione delle nuove generazioni la mia esperienza”.
In che modo?
“Vorrei unire l’esperienza maturata con i team esteri e gli allenatori americani e la visione italiana, nel tentativo di far conciliare due metodi diversi ma comunque validi. E poi c’è la parte personale di un atleta che ha vissuto esclusioni e ha fatto la sua miglior stagione senza essere in nazionale”.
Cosa diresti a un giovane valido che si appresta a diventare grande con tutte le difficoltà e gli ostacoli che potrebbe ritrovarsi davanti?
“Di rimanere sempre fedele a se stesso, ai sogni che ha sviluppato da bambino, all’idea di sport che ha senza farsi dire dagli altri che non è capace di fare qualcosa o che ha già raggiunto il limite massimo e non ha più senso investire su di lui. A me in passato è successo e sono riuscito a smentire questa visione con i risultati. Finché si è in grado di dare qualcosa, bisogna andare avanti per la propria strada”.

Al momento nei Carabinieri c’è un bel gruppo di atleti.
“Sono quelli che non sono rientrati nei piani della federazione. Elisa Platino, Ilaria Ghisalberti, Vicky Bernardi, Jacopo Claudani e Lorenzo Bini ai quali si aggregherà qualche altro atleta da confermare. Sono ragazzi che hanno vissuto l’esclusione e magari sono arrivati un po’ demoralizzati. Ho detto a tutti loro che ci sono anche dei pro ad allenarsi con i gruppi sportivi rispetto a fare parte della squadra. Qui sei seguito in maniera individuale ed è più facile trovare il feeling con chi crede maggiormente in te”.
Com’è fare l’allenatore?
“Devo pian piano abituarmi al ruolo e ho tanto da imparare. Non è facile trasmettere agli altri i concetti che hai assimilato in carriera. Come allenatore vorrei credere negli atleti più di quanto loro credano in loro stessi. Bisogna dare fiducia a questi ragazzi, che magari hanno dubbi sul loro valore. Devono ritrovare convinzione e sapere che presto potrebbero aprirsi di nuovo le porte dei palcoscenici più prestigiosi. Faccio anche il preparatore atletico, così posso mettere a frutto i miei studi in Scienze Motorie”.
Cosa è stato per te lo sci?
“Una scuola di vita. Un contenitore di ricordi e insegnamenti su come affrontare le situazioni. Su come godere dei momenti belli. E su come sapersi rialzare dalle sconfitte”.
