Dentro la crisi delle discipline tecniche maschili: una chiacchierata con Giorgio Rocca

I numeri sono impietosi e non serve più così tanto rivangarli nel dettaglio. Fatto sta che pure quest’anno non sono arrivati quei segnali che potrebbero suggerire l’inversione di rotta.

Il podio in gigante a Beaver Creek di Alex Vinatzer, che è anche l’ultimo italiano ad essere salito sul podio in slalom tra gli azzurri, ha rappresentato solo una flebile speranza. Poi il nulla, Olimpiadi comprese. Tanto da spingere il responsabile di settore Mauro Pini a rassegnare le dimissioni. E ad aprire il dibattito – a quanto pare consultazioni sono ancora in corso – sulla ricostituzione dello staff delle discipline tecniche maschili, tallone d’Achille di un movimento che invece ha saputo tenere botta nella velocità.

Per provare a capirne di più abbiamo contattato Giorgio Rocca, uno che oltre vent’anni fa si trovò addosso l’arduo compito di non far rimpiangere troppo Tomba. Uno che gli slalom li vinceva (11) e le nobili posizioni (22 podi) le frequentava senza soluzione di continuità.


Giorgio, ma perché facciamo così fatica nelle discipline tecniche? Che idea ti sei fatto?
“Non c’è un unico perché. Ma è indubbio che negli anni ci siamo persi dei talenti che dovevano essere seguiti meglio. Adesso ci ritroviamo senza risultati, con una Nazionale un po’ datata e la situazione ha preso una brutta piega, non se ne esce né a livello dirigenziale né a livello di gruppo”.

Il problema ha radici lontane e coinvolge per forza di cose diversi aspetti.
“Chi è arrivato dagli sci club ha fatto fatica a rimanere competitivo. C’è un concorso di colpe, che implica tutto il sistema. Abbiamo a che fare con ragazzi delusi, senza il conforto dei risultati e di adeguate prospettive”.

Nelle ultime settimane si è aperto il toto nomi per il nuovo staff della Nazionale. Si è parlato tanto di Manfred Moelgg, ipotesi che nelle ultime ore sembra però tramontata.
“Non credo che arriverà. Continuerà a fare bene il ruolo di sport manager in Nordica e Blizzard”.

Manfred Moelgg. Foto Gepa.


E se contattassero Giorgio Rocca?
“Devo ammettere che mi hanno cercato. Ma ho preferito mantenere gli attuali impegni anche se è un ruolo che ti lusinga. Chi accetterà l’incarico sa di arrivare in un ambiente molto difficile, dove le risorse sono molto limitate. E’ per questo che i migliori allenatori italiani vanno all’estero. Guadagnano di più e hanno a disposizione un budget più importante con maggiore autonomia gestionale. Sono perciò più motivati. Se punti a risparmiare ovunque, purtroppo si fa fatica anche con la qualità dei collaboratori. E poi la Federazione italiana ha un altro problema strutturale”.

Cioè?
“Le discipline sotto l’egida della FISI sono davvero tante. E alcune di queste, per via dei loro costi come slittino e bob, tendono a bruciare molto risorse al sistema centrale. Non li ritengo sport minori, attenzione, hanno il loro valore. Ma a mio avviso sarebbe meglio se le federazioni fossero separate, come accade in Svizzera o in altri Paesi, dove sci, skicross e snowboard sono per conto loro e hanno più potenza anche da un punto di vista comunicativo”.

Ci vorrebbero anche più investimenti nei giovani.
“I più talentuosi approdano in un mondo che non è ricco di suo ma ha moltissime spese. E a un certo punto, se sai di andare incontro a una carriera deludente, può diventare demotivante. Le famiglie scelgono di sostenere di più lo studio o il lavoro”.


Tornando allo staff tecnico della Nazionale, quale potrebbe essere una ricetta vincente per risollevare il settore?
“Difficile dirlo, io stesso non so se sarei adatto a fare l’allenatore di questo gruppo. Forse sarei troppo esigente. Però ho osservato quello che sta facendo Galli coi velocisti. Lorenzo è davvero in gamba perché è riuscito a stilare degli allenamenti personalizzati all’interno del suo gruppo in base ai caratteri degli atleti. Li segue in tutto e per tutto, sa come deve parlarci, è un grande motivatore”.

E’ anche una questione di rapporti personali.
“Soprattutto. Per arrivare a dei risultati bisogna far sì che l’atleta abbia piena fiducia nell’allenatore e lavori all’interno di una squadra coesa e che abbia motivazioni. Prendete lo squadrone svizzero: pensate che al suo interno ci sia qualcuno che non scii con il coltello tra i denti?”.

E’ quello che manca ai nostri?
“Inevitabilmente qualcuno si è un po’ accontentato o ha pensato di essere arrivato. Gli obiettivi di carriera sono diversi per tutti: però se sei tra i primi 50 del mondo ti devi dare da fare. La dedizione deve essere massima, così come il lavoro organizzato. Non è più come 25 anni fa. Non serve solo allenarsi come muli. Oggi bisogna essere scrupolosi, dettagliati e concentrati: la preparazione atletica, l’alimentazione, l’aspetto mentale. Devi conoscerti bene e controllare la tensione. E il tecnico, dalla sua, deve sapere cosa ha bisogno di sentirsi dire l’atleta. Spesso non è questione di sola tecnica”.


Però guardando il roster e i magri risultati viene da dire che non abbiamo al momento tutti questi cavalli di razza.
“Non ci sono. Ma i cavalli medi, sì. E con quelli puoi fare comunque un buon lavoro. Serve innanzitutto un’ambiente motivante. E un po’ di cazzimma in più. Ai miei tempi eravamo meno attenti ai dettagli e più rustici ma forse più determinati. Per migliorarsi bisogna capire che la vera fatica comincia proprio da quando si arriva in Nazionale”.

La sensazione è quella del circolo vizioso: i risultati negativi e le critiche hanno scavato un tunnel da cui sembra impossibile uscire.
“Quando i risultati non arrivano, i media ti martellano. Bisogna essere forti mentalmente e dare il 110%. Altrimenti, da ex sciatore, sarai assalito dai rimorsi”.

In una spirale negativa ci è finito anche Vinatzer, che sembrava destinato a maggiori soddisfazioni.
“Anche con Alex qualcosa non ha funzionato. Il talento c’è. Ma ha un modo di sciare che non è redditizio in gara, nei momenti di alto stress”.

A proposito di motivazioni e circoli viziosi o virtuosi: al femminile è successo l’opposto nella velocità dato che Laura Pirovano e le cosiddette seconde linee sono esplose in scia a Brignone e Goggia.
“Se sei lì che ti alleni insieme a loro, riesci ad avvicinarti. Capisci che ti manca qualche dettaglio e che puoi arrivare a quel livello. In generale, le ragazze sono più difficili da allenare ma sono più determinate nel lavoro. E anche queste voci sul presunto rapporto difficile tra Brignone e Goggia non fanno altro che creare sempre nuovi stimoli a entrambe”.


Com’è cambiato lo slalom a sedici anni dal tuo addio alle gare?
“Ai miei tempi si andava più piano e si derapava di più. Nei primi anni Duemila abbiamo vissuto la grande evoluzione dettata dall’arrivo dello sci sciancrato. Lo slalom di oggi è più intenso e serve molto coraggio perché si va più veloci e i pali ti arrivano in fretta addosso. Risulta determinante oltre alla tecnica anche la componente tattica, bisogna essere reattivi e concentrarsi sui cambi di ritmo”.


Chi ti ha impressionato di più in stagione?
“Braathen. Credo che in gigante abbia sopravanzato Odermatt dal punto di vista tecnico. Scia facile, ha una tecnica sopraffina, reagisce meglio agli errori. E poi ricordiamo che corre sotto bandiera brasiliana ma non ha una federazione che lo sostiene. Braathen è un’azienda dai grandi costi che si gestisce in modo autonomo e nella quale i conti, alla fine, devono tornare”.

A 50 anni compiuti, Giorgio Rocca si divide tra mille impegni.
“Ho la mia scuola sci (GR Mountain), vado in bicicletta, seguo i progetti sulla comunicazione di alcuni brand e l’attività estiva con Ducati sul mondo dei biker. E poi mi dedico ai miei quattro figli”.

Ce li presenti?
“Giacomo, il più grande, studia Lettere e Storia a Basilea. Tommaso si dedica alla mountain bike, è un downhiller. Francesco è un appassionato di trekking. Sciava gli ho consigliato di smettere. Non era motivato e se non ci metti tutto se stesso vai incontro a delle delusioni. Greta è la piccola di nove anni. Lei riesco a farla sciare ancora in modo dignitoso. E si diverte”.

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