Nei giorni scorsi è arrivato un altro ritiro in campo femminile: dopo Federica Lani, a salutare l’agonismo è stata Serena Viviani, 27 anni, un paio trascorsi in Nazionale, altro talento dominante nelle categorie giovanili che, a causa degli infortuni e di pianeti che hanno fatto fatica ad allinearsi, è stato costretto ad alzare bandiera bianca in modo prematuro.
Serena, slalomista genovese cresciuta sulle nevi di Prato Nevoso e del Sestriere, lascia con tre gare di Coppa del Mondo all’attivo (due a Levi, l’altra a Flachau) e un terzo posto in Coppa Europa, a Vaujany, nel 2020/21, stagione in cui ha toccato le vette più alte di una carriera molto dignitosa e altrettanto sfortunata.
Negli ultimi tempi, senza risorse né punti di riferimento, era diventato sempre più difficile riaffacciarsi ad un certo livello. E quando anche la mente abbandona il corpo allora è giusto avvicinarsi all’uscita, senza rimpianti.
Serena, da dove partiamo per raccontare la tua storia?
“È filato tutto liscio fino a 16 anni. Ero forte e vincevo un po’ ovunque. La classica promessa, dicevano che sarei arrivata lontano. Nel 2017 è arrivato il primo infortunio”.
Ginocchio k.o. in discesa.
“Quella gara non avrei dovuto nemmeno farla. È stata una decisione presa all’ultimo momento perché mi volevano testare sulla velocità. Sono caduta in atterraggio da un salto. Il problema è che mi hanno sbagliato l’intervento e ne ho dovuti fare altri due. Anziché rientrare dopo sei mesi, l’ho fatto dopo due anni”.

Al rientro, però, c’è stata la grande conquista della Nazionale.
“Sono rimasta in squadra per quattro anni. Ho iniziato dalla C gareggiando in Coppa Europa, sono passata dalla B, con l’esordio in Coppa del Mondo, e ho raggiunto la squadra A. Quell’anno ero l’unica a non essere ancora arruolata. Ho fatto il corso per entrare nei Carabinieri nell’autunno del 2021 mentre le altre sciavano”.
Anche in quel caso tanta sfortuna…
“Sono partita per Levi senza allenamento, mi sono slogata un gomito e da una risonanza si è poi capito che c’era frattura. Sono tornata a casa e da lì è iniziato il mio declino. Ho perso il primo gruppo in Coppa Europa e tanti punti, oltre all’intera stagione di Coppa del Mondo. L’estate successiva un altro infortunio, con la rottura del menisco”.
Le ultime stagioni sono state in salita, con la necessità di fare tutto da sola: è soprattutto per questo che lasci?
“Andare avanti così è dura sia a livello organizzativo che economico. Ma ho mollato anche di testa, ho cominciato a perdere stimoli nonostante il livello di sciata non sia mai mancato. Ho iniziato a pensare di essere vecchia, a sentirmi di troppo alle gare, che non ci fosse più spazio per me. Ho avvertito quella sensazione di non sentirmi più a mio agio nell’ambiente”.
Cosa ti ha fatto più male?
“Vedere le persone che poco tempo prima ti sostenevano che alle gare ti guardavano storto, come a dire “Cosa stai ancora a provare” anziché magari apprezzare i miei sforzi e il fatto che stavo andando avanti a mie spese. Ma è andata così. Qualcosa ho fatto anche se la carriera non ha rispecchiato le mie stesse aspettative. Ho raggiunto comunque il massimo. E a un certo punto è giusto dire basta”.

Magari altri atleti in una situazione simile alla tua sono stati aspettati di più. Tu stessa hai confessato di essere stata scaricata dal gruppo sportivo militare.
“Tutto quello che ho avuto me lo sono guadagnata con il sudore. E mi sono arruolata solo dopo aver raggiunto la Nazionale e la Coppa del Mondo, un evento raro nel nostro mondo. È vero, mi hanno mandata via prima dei canonici quattro anni, dicendo che non avevo ottenuto abbastanza risultati. In realtà ero salita sul podio in Coppa Europa e fatto tre gare in CdM. Quella è stata una bella mazzata ma non mi andava di smettere”.
Nel tuo viaggio però ci sono state anche tante soddisfazioni. Come quel terzo posto nello slalom di Vaujany.
“Una bella sorpresa. Avevo già esordito a novembre in CdM a Levi: essendo di Genova, ero finita nell’occhio del ciclone e si parlava tanto di me. Eppure era cominciato un periodo buio, mi ero un po’ persa e ricordo che per sistemare le cose avevo sciato anche il giorno di Natale. Così ho ritrovato la condizione dopo le vacanze. Quella trasferta francese iniziò con il quinto posto nel primo slalom partendo con il 36. Il giorno dopo ero ottava dopo la prima manche, poi la bella rimonta. Una grande emozione, mi ha dato tanta spinta”.
Nell’ultima stagione invece cosa è successo?
“Non sono riuscita a gareggiare in Coppa Europa. Avevo 23 punti Fis, un punteggio di tutto rispetto anche per chi fa parte della squadra B. Di spazio ce n’era per partecipare alla tappa italiana (Valle Aurina, ndr) ma non mi hanno convocata. Mi sono sentita un po’ scaricata da chi aveva creduto in me. Sarebbe stata la mia occasione per poi poter fare le gare successive. Ma ci sono anche altre cose che non hanno funzionato e penso che non sarebbe cambiato molto ad aprile. Avevo già capito che era arrivato il momento di smettere e di cominciare a fare altro”.

Ad esempio?
“Ho fatto la maestra in Val Gardena e nel frattempo ho ricominciato a studiare. Mi sono iscritta a Scienze Motorie e la modalità online mi consente di portare avanti più cose. Mi piacerebbe diventare istruttrice, a breve farò il corso per diventare allenatrice di secondo livello”.
Quanto ha inciso sulle ultime stagioni la scomparsa del tuo storico allenatore Sergio Sammartino?
“Parecchio. L’ho conosciuto a 13 anni e mi ha seguito fino a quando se n’è andato, nel 2021. Credo sia stata la persona più appassionata di sci che abbia mai conosciuto. Per me era come un padre, anche quando stava male e faceva le cure si faceva trovare in pista. Mi diceva che lo sci era l’unica cosa che lo teneva vivo. Senza di lui mi sono sentita sola”.
