“In mano hai una Ferrari o una Mercedes, devi essere bravo a gestirla”. Per Simone Del Dio la seconda stagione da allenatore degli slalomisti norvegesi è ormai alle porte.
Da un paio di giorni il tecnico classe ’76 è rientrato dal lungo ritiro in Nuova Zelanda e a poco meno di un mese dallo start cresce la voglia di proseguire la scia di successi intrapresa dai fenomeni del team norge.
Perché di fenomeni, quando di mezzo ci sono gli attacking vickings e le discipline tecniche, stiamo parlando. McGrath, Haugan, il rientrante Steen Olsen, un paio di giovani rampanti, senza contare il veterano Kristoffersen, che si allena con il team privato, e quel Braathen che ha poi preso la strada del Brasile.
Gli obiettivi per gli uomini di coach Del Dio restano quelli di dominare in slalom e migliorare in gigante. Si riparte dalla coppetta conquistata tra i pali stretti da Atle McGrath, uno che ha saputo subito reagire in modo straordinario a quella cocente delusione olimpica che resterà impressa ancora a lungo nella mente di tutti gli appassionati.

Del Dio ha cominciato nella primavera del 2025 la propria avventura in Norvegia, dopo aver fatto parte della Nazionale spagnola, francese (oro olimpico di Noel a Pechino 2022) e italiana (dimissioni a gennaio 2025). L’abbiamo raggiunto al telefono per fare un punto sulla squadra proiettata verso Solden.
Simone, facciamo subito un bilancio della preparazione estiva.
“Era il secondo anno che andavo in Nuova Zelanda, in precedenza ero sempre stato in Argentina con le altre Nazionali. Abbiamo fatto un lavoro ancora migliore rispetto al 2025, in termini di volume e intensità. Le condizioni sono state buone e il programma è stato pienamente rispettato”.
Il Circo Bianco sta per ritrovare il grande talento di Alexander Steen Olsen, lo scorso anno fermo per l’intervento al ginocchio. Come sta?
“Bene. Lui avrebbe dovuto fare un programma più corto in Nuova Zelanda e lavorare poi sui ghiacciai in Europa ma considerate le condizioni di questi ultimi si è deciso di tenerlo laggiù. Ha retto i carichi, adesso vedremo come reagirà alle competizioni e quanto gap deve realmente recuperare. L’idea è quella di vederlo già a Solden, è chiaro che non verrà tanto per partecipare ma solo se si sentirà al top”.
Haugan ha risolto i problemi alla schiena che l’hanno condizionato nella seconda metà della scorsa stagione?
“Ha fatto tutta la preparazione senza mai saltare lavori, mentre nella scorsa estate c’era già stata qualche avvisaglia di sovraccarico. Poi, si sa, in gara aumentano le tensioni e la pressioni, le condizioni cambiano. Tutti i singoli, in ogni caso, sono riusciti a fare più volume e questo è un dato positivo. Anche i tre che hanno cambiato i materiali (Solberg e Grahl-Madsen passati a Van Deer più Sandvik con Rossignol, ndr) hanno avuto modo di lavorare tanto e con continuità”.

McGrath, nonostante l’ormai nota passeggiata nel bosco post-inforcata di Bormio, parte per difendere il titolo di miglior slalomista. Cosa è successo tra quella maledetta giornata a cinque cerchi e le settimane successive in cui ha ripreso in mano il proprio destino?
“Innanzitutto va detto che Atle l’anno scorso non ha mai sbagliato o perso un allenamento. E’ un atleta molto costante, che anche nelle prime manche viaggia sempre veloce. La mattina dopo l’uscita nello slalom olimpico l’ho accompagnato all’aeroporto di Milano e chiaramente era molto giù ma quando sono andato a riprenderlo prima di partire per gli allenamenti in chiave Kranjska Gora ho capito che aveva resettato tutto”.
Un campione vero sa fare anche questo.
“Citando Sinner, nello sport o si vince o si impara. Lui da quel giorno ha imparato qualcosa. Alla prossima Olimpiade vedrete che sarà diverso. Noel alla prima Olimpiade nel 2018 perse il bronzo per pochi centesimi. A Pechino aveva un altro focus, un altro modo di aprirsi all’evento. Per dire, nel telefono McGrath ha ancora salvata la foto di quando se ne va a piangere nel bosco. Questo significa che non ha voluto nascondere il passato, ma ha semplicemente deciso di ripartire, cominciando dalla parte atletica. In quelle settimane ha lavorato tanto per poter arrivare al limite e darsi una bella scossa. Ha funzionato”.
Nell’ultima Coppa del Mondo, con sole due discipline, ha chiuso sul podio sfiorando quota mille punti. Ma un pensierino alla generale lo farà?
“Diciamo che non è lui che ci pensa, ma i norvegesi. Essere polivalenti e lottare per la Coppa è nel loro DNA, ricordando i fasti di Aamodt, Kjus, Svindal, Kilde. Se un norvegese vince sugli sci, si pensa che può fare tutto. Ma non è un pensiero buttato a caso. Questi ragazzi arrivano pronti e abituati a tutte le discipline. Sono le loro capacità a consentirgli di pensarci.

Che rapporto ha con la velocità?
“Atle lo scorso anno, con pochi allenamenti specifici di superG alle spalle, arrivò 12° a Copper Mountain. Le capacità ci sono, la velocità gli piace. E’ uno sensibile, che gioca col terreno. Ma far conciliare i programmi o sbilanciarli da una parte o dall’altra non è semplice. Un conto è abbinare discesa e superG, che sono molto simili, con la possibilità di vincere molte gare. Un conto è fare la differenza ogni settimana in slalom, lì la concorrenza è altissima”.
Quindi per ora non se ne fa niente.
“Al momento non è stato organizzato un programma in tal senso. Con il calendario attuale, muoversi su quattro discipline è impossibile. Anzi, credo che in futuro lo sci potrebbe seguire la scia del tennis. Bisognerà scegliere le gare, rinunciare a qualcosa. Perché oggi devi essere sempre pronto al 100% dal punto di vista fisico per fare il risultato”.
Nel tuo team ci sono anche i giovani Grahl-Madsen, Sandvik e Solberg. Chi ti sembra più maturo?
“Mi hanno tutti impressionato per come arrivano pronti alla Coppa del Mondo anche dal punto di vista mentale. Se sono lì non è per fare esperienza, come ha dimostrato un Grahl-Madsen che ti arriva sesto in Val d’Isere. Ma vi faccio anche un altro esempio…”.
Prego.
“Nella scorsa stagione mi ha colpito molto il debutto di Elias Hartford Kvael, un 2007 che è stato portato a Wengen ed è arrivato 37°, non qualificandosi per la seconda manche. Era lì, tranquillo, è sceso senza quella fretta di dover dimostrare il suo talento ma consapevole del suo percorso, delle sue idee. Magari in Italia uno si sarebbe messo pressioni pensando di dover fare a tutti i costi il risultato e guadagnarsi la squadra A o le altre convocazioni. Da loro questo non esiste”.

Ma con questi fenomeni come si lavora?
“Alleno atleti di grande calibro ma credo che il livello sia altissimo anche in Italia e in Francia, prendendo a paragone due Nazionali che ho vissuto. Ricordo ancora le stagioni con gli azzurri in cui c’erano Blardone, Moelgg, Deville, Gross, tutti atleti di grandissima levatura. Magari la differenza oggi è nei risultati che si portano a casa”.
Un allenatore in quel contesto che ruolo ha? Come può cercare di migliorarli?
“La differenza si fa in piccole cose, nella capacità di gestire i dettagli. Credo che i norvegesi, rispetto ad altri, si portano avanti un paio di anni prima e così ti arriva tra le mani una Mercedes o una Ferrari con tutti i componenti. Tu devi occuparti della pressione delle gomme o della regolazione degli alettoni, ma non devi costruire la macchina. Hai la possibilità di lavorare con una base grande e solida, più pronta”.
Se nelle discipline tecniche c’è abbondanza di campioni, la Norvegia sta un po’ soffrendo nella velocità.
“In slalom e gigante al momento c’è maggiore densità. Ma neanche loro sanno il perché fino in fondo. I ragazzi ci sono e fino alla Coppa Europa vengono accompagnati dagli sci college. Penso che fare velocità da loro non sia sempre semplice, sia per le caratteristiche del territorio ma soprattutto per le mutate condizioni dei ghiacciai che non stanno più consentendo di lavorare fuori stagione a sufficienza in Europa. O magari è solo un problema generazionale, considerando che le due ultime punte, prima Kilde e poi Moeller, hanno subito degli infortuni”.
Simone, da qui a Solden cosa c’è in agenda?
“Ci alleneremo in Val Senales e, se le condizioni lo consentiranno, andremo a Solden a ridosso dell’opening. D’inverno saremo come sempre molto itineranti, ma come punto di riferimento, avendo il Trentino come sponsor, terremo Andalo e la Paganella”.
