A 22 anni la maggior parte delle atlete sono sul trampolino di lancio, in attesa di spiccare il volo e puntare ai traguardi prefissati anche per mettere a frutto anni e anni di lavoro e sacrifici. Ma andare avanti e continuare a sognare non è un privilegio che spetta a tutti. Non spetta più, da qualche giorno, a Carlotta De Leonardis, una delle grandi escluse dalle nuove squadre Nazionali della Fisi (la scorsa settimana avevamo parlato di Ilaria Ghisalberti).
L’anno scorso Carlotta faceva parte del gruppo velocità di Coppa Europa ma per la prossima stagione non è stata inserita nei ranghi. Una scelta che l’ha costretta ad annunciare nelle ultime ore il ritiro dalle competizioni.
Alla velocista modenese non sono bastate quattro top ten (miglior risultato in carriera il quarto posto in Val Sarentino) e altri piazzamenti positivi sempre in superG nel massimo circuito continentale per vedersi rinnovata la fiducia dei quadri tecnici.

Da qui nasce un addio che brucia, specie se si guarda la carta d’identità. Inevitabile però per le condizioni attuali della sciatrice cresciuta sul Monte Cimone. Ma difficile da accettare. E ci si chiede se fosse proprio necessario rinunciare al suo talento.
Carlotta, partiamo subito dalla decisione non facile di abbandonare. E’ dipeso tutto dall’esclusione dalla Nazionale?
“Sì assolutamente. Faccio parte delle Fiamme Oro ma a differenza degli altri non sono un’atleta arruolata e non percepisco lo stipendio. Finendo fuori squadra non me la sento di chiedere ulteriori sacrifici ai miei genitori. Anche se lo avessi fatto, non sarei stata serena”.
Che sentimento prevale in queste ore?
“Tristezza, amarezza, delusione. E un pizzico di nervosismo. Non me l’aspettavo ma è andata così. Fare tutto da sé sarebbe troppo complicato soprattutto per una che vive in Emilia. Farsi gli sci da sola, spostarsi da sola, accollarsi i costi di alberghi, viaggi e skipass. No, non è proprio sostenibile…”.

Ti hanno dato delle spiegazioni?
“Si, anche se a fine stagione non pensavo che si sarebbe arrivati a questa soluzione. Qualche giorno fa mi ha chiamato il mio allenatore responsabile (Damiano Scolari, ndr) e mi ha detto che per me non c’era più spazio. Che per motivi di budget la Federazione doveva fare dei tagli”.
C’è altro?
“Mi è stato detto anche non mi hanno vista molto convinta in alcune circostanze. Ad esempio quando ho fatto da apripista ai Giochi di Cortina. Ma io quella pista non l’avevo mai fatta e non c’era neanche una grande visibilità”.
Avresti accettato una retrocessione?
“Le squadre C non sono ancora state ufficializzate ma sarebbe stato difficile per me rientrarci, non me ne hanno parlato. Sono una 2003, quanto basta per essere considerata troppo vecchia per le giovanili”.

Rimpianti?
“No, nessuno. Ho sempre cercato di dare il massimo. Sono dispiaciuta di non aver mai trovato la giusta confidenza per assaggiare la Coppa del Mondo, che è poi l’obiettivo finale di tutte noi. L’ho solo sfiorata facendo da apripista in Val di Fassa e disputando le prove a St. Moritz a inizio stagione”.
Quelle piste sono tutta un’altra cosa…
“Cambiano le distanze, servono approcci diversi per terreni lavorati diversamente. E si fa un’altra velocità. È un altro mondo rispetto ai tracciati di Coppa Europa”.
Che stagione è stata?
“In discesa non è stato un granché, ho fatto fatica. In superG tutta un’altra storia. Sono quasi sempre arrivata davanti (Carlotta ha chiuso 13esima nella coppetta di specialità, ndr). Pensavo che fosse abbastanza”.
In questi giorni l’ambiente è stato solidale con te?
“Sì, molto. Compagne, preparatori, skiman, allenatori. Un po’ tutti mi sono stati vicini”.

Un ricordo delle prime gare?
“Ho cominciato con le garette regionali sul Monte Cimone. Ma per ricordarmi delle primissime gare l’altro giorno ho dovuto vedere gli album. I ricordi sono tanti, dai Pinocchio ai campionati italiani. Uno dei più vivi è l’esordio in Coppa Europa nella discesa di Santa Caterina cinque anni fa. Lì ho mancato di soli dieci centesimi la top 30”.
La tua pista preferita?
“In questi anni di Coppa Europa ne ho amate tante. Quella di Santa Caterina, Sarentino, Orcieres, la Val di Fassa. Con la Volata ho preso molta confidenza: l’anno scorso sono arrivata quinta agli italiani non distante da gente come Pirovano e Curtoni”.
Un’emozione particolare?
“L’incontro con Lindsey Vonn. Era il mio sogno da bambina. Che ho coronato nello scorso gennaio al Passo San Pellegrino, dove ho avuto il privilegio di condividere anche alcuni allenamenti. Non sapevo cosa dirle. Io saltavo di gioia, lei rideva. Certo che sugli sci fa paura…”.

Cosa c’è nei progetti di Carlotta De Leonardis adesso?
“Sono diventata allenatore di primo livello e con ogni probabilità lavorerò in affiancamento alla scuola sci di Sestola a Lago della Ninfa”.
Nel tuo post di addio allo sci hai dedicato anche un pensiero a Matilde Lorenzi.
“Entrambe avevamo il sogno di arrivare in Coppa del Mondo ma non ci siamo riuscite. Nelle ultime due stagioni, ogni giorno sugli sci è stato difficile senza di lei. Eravamo compagne di stanza, condividevamo tutto. Dopo la sua morte ho vissuto alti e bassi, il pensiero spesso torna da lei”.
Cosa è stato per te lo sci?
“Come un genitore. Mi ha dato disciplina, puntualità, responsabilità, educazione. Mi ha aiutata a uscire dalla timidezza, a espormi di più. Mi ha permesso di crescere nello stare in gruppo ma anche da sola, dal momento che ho vissuto tanto lontano da casa”.
Ti dispiace lasciare l’agonismo a 22 anni?
“Sì, perché è stata una decisione imposta, che non dipende da me. Ma se arrivasse un multimilionario e mi dicesse che mi finanzia una stagione, io farei subito le valigie. Non sono giorni facili quelli che sto attraversando. Le mie compagne sono già a Les 2 Alpes. I social non aiutano. E io provo a distrarmi. Vado a correre e faccio ginnastica”.
