Lindsey Vonn, Fede Brignone, infortuni gravi e recuperi prodigiosi: la parola a Matteo Bosisio

L’estate è dietro l’angolo. Sono i giorni in cui si riaccendono pian piano i motori. Tempo di convocazioni, di primi raduni sui ghiacciai, di prime sudate al campo d’atletica o in palestra per l’inizio della preparazione. Una nuova stagione è già nel mirino e porta con sé diversi interrogativi, specie su chi riuscirà a tornare dagli infortuni. Vedremo ancora in pista Federica Brignone dopo il recupero monstre che le ha permesso di sbancare i Giochi di casa? Lara Gut cosa farà? Tornerà la migliore versione di Petra Vlhova? Riuscirà Kilde a tornare competitivo e a lasciarsi alle spalle due anni di calvario e la rinuncia alle Olimpiadi? Che cosa farà il vecchietto Marcel Hirscher? Ma soprattutto: che intenzioni ha Lindsey Vonn?

Partendo dal caso della fuoriclasse statunitense che a quanto pare non vuole mollare la presa, abbiamo affrontato la questione infortuni gravi e recuperi più o meno prodigiosi insieme a Matteo Bosisio, tra i fisioterapisti esperti di sci alpino (con tanto di titolo FISI) che ha collaborato negli ultimi anni in federazione prima con la squadra C maschile, poi con la B femminile, quindi con la Nazionale di skicross, fino al lavoro svolto in Coppa del Mondo al fianco del velocista cileno Henrik Von Appen, ritiratosi a fine stagione.

Matteo Bosisio con Henrik Von Appen.
Matteo Bosisio con Henrik Von Appen.


Matteo, ma è realistico pensare a un nuovo ritorno di Lindsey Vonn in pista?
“Non so quanto possa essere realistico. So che Lindsey ci ha abituato a cose straordinarie. Quindi non mi sento di escludere al 100% che possa ripresentarsi al cancelletto di partenza. I video sui social ci dicono che si sta allenando e anche con certi carichi”.

La strada, in ogni caso, è ancora lunga.
“Il suo infortunio è stato devastante. Ha richiesto diverse chirurgie e ce ne saranno altre. Senza dimenticare che deve ancora ricostruire il crociato. Il quadro è complesso, ci sono state conseguenze e complicazioni impreviste. A mio parere, passeranno almeno altri dodici mesi per il completo recupero. Semmai dovesse tornare, non sarebbe prima del 2027-2028. L’ultima scelta spetterà a lei, ma il suo staff saprà ben indirizzare il percorso”.


Che tipo di lavoro dovrà sostenere in fase di riabilitazione per far sì che articolazioni e strutture ossee possano reggere a un eventuale ritorno alle competizioni?
“Per definirlo al meglio dovremmo conoscere l’entità reale di tutto quello che è successo alle due gambe infortunate e il tipo di lesioni. Noi sappiamo che ha subito una frattura scomposta a tibia e perone della gamba sinistra, quella con il legamento crociato che le era già saltato a Crans Montana pochi giorni prima dei Giochi. E poi che si è fratturata anche la tibia della gamba destra già protesizzata. Ma la complicanza più grave è stata la sindrome compartimentale”.

Eppure continuando a rivedere quella caduta sembra impensabile che si possa essere arrivati a un danno così grave. Contano gli infortuni precedenti?
“E’ normale pensare che la storia clinica dell’atleta abbia un peso per ogni evento successivo. Ogni infortunio ci rende diversi, non necessariamente più deboli ma in alcuni casi più vulnerabili di fronte ad alcune sollecitazioni. In realtà, la sindrome compartimentale (aumento di pressione e fuoriuscita di sangue all’interno di un compartimento muscolare che se non evacuata in termini brevissimi può portare all’amputazione, ndr) è stata una complicanza che può succedere in qualunque caso e il pregresso non c’entra. Purtroppo le fratture scomposte di gambe e avambracci comportano questo rischio”.

Però quel crociato rotto a Crans Montana…
“Certo, quell’incidente così ravvicinato può averla privata di quella stabilità che il ginocchio richiede per poter performare al meglio. Riguardo alla caduta di Milano Cortina, si è parlato molto di una sua eccessiva inclinazione sulla porta. Ma sappiamo che quello è lo stile di Lindsey, un’attaccante nata. Il fattore scatenante e sfortunato è stata l’inforcata che l’ha portata completamente in rotazione e quindi al patatrac. Non so dire in che misura quel crociato lesionato abbia inciso sul tipo di fratture che ha avuto. Ma mi sento di tranquillizzare tutti gli sportivi e sciatori”.


Prego…
“Che noi esseri umani siamo più forti e resistenti di quello che pensiamo di essere rispetto ai traumi. Poi ci sono delle situazioni particolari dove intervengono la fisica e le forze in gioco che non resistono a certe sollecitazioni. La tibia per definizione sostiene il carico verticale dal ginocchio alla caviglia. E’ chiaro che può risultare più debole quando entrano in gioco le forze trasversali”.

A proposito di questo recupero: Lindsey ha 41 anni, qualcosa conterà?
“Indubbiamente l’età incide nel recupero di un’atleta. Per questioni biologiche, già intorno ai 30 anni la produzione dell’elastina si riduce drasticamente. Di conseguenza, si perdono alcune caratteristiche che ci rendono capaci di sopportare carichi e forze elevate. E per gli atleti di altissimo livello bisogna considerare anche gli infortuni pregressi e l’usura di un corpo spinto al limite in passato. Però l’età media dell’attività agonistica si sta allungando, grazie alle conoscenze su prevenzione, preparazione e riabilitazione oggi più precise e oggettive rispetto a un tempo”.

Ipotizzando un ritorno clamoroso dell’americana, quella sindrome compartimentale avrà il suo peso?
“Anche in questo caso bisognerebbe conoscere in che misura i nervi sono stati coinvolti durante la complicanza. Ma è facile ipotizzare che ci sia stata una sofferenza muscolare e nervosa importante. La vicenda di Kilde, caduto malamente a Wengen due anni fa, può essere utilizzato come metro di paragone e darci un’idea futura di recupero. Il norvegese, più giovane dell’americana, ha avuto una lacerazione profonda al polpaccio e alla spalla con danni ai nervi. E dopo due anni non è ancora riuscito a ritrovare livelli di performance adeguati. Il suo recupero è stato incompleto. I nervi lesionati per ripararsi ci mettono tantissimo tempo. Sempre che possano farlo. Per dire che non sarà semplice per Lindsey”.

Federica Brignone in azione.


Federica Brignone è stata invece protagonista di un recupero prodigioso. Spieghiamo perché dopo il doppio oro olimpico, Fede ha ripreso le terapie al J Medical rinviando ogni decisione sul prosieguo dell’attività.
“Tornare al percorso riabilitativo ha significato per lei riprendere le fila di un discorso non interrotto ma sicuramente deviato e condizionato dall’obiettivo Milano Cortina. Federica ha bisogno di capire a che punto è e cosa può aspettarsi dal futuro. Il suo è stato un rientro controllato e ponderato ma pur sempre affrettato. E, come lei stessa ha detto, la gamba le ha presentato il conto in termini di dolore. Essere tornata al top e aver vinto due ori olimpici sono un buon motivo per tornare con i piedi per terra e valutare con attenzione i prossimi passi. Vediamo questi campioni come dei supereroi. In realtà sono persone come le altre che meritano una buona qualità della vita anche fuori dalle competizioni”.

Il suo percorso riabilitativo è stato diverso da quello di altre infortunate.
“Diciamo innanzitutto che di Fede ce n’è una sola. Siamo di fronte a un fenomeno totale dello sci. La sua è stata un’impresa sportiva che non ha precedenti almeno nella storia recente. Detto questo, il capolavoro che ha compiuto è stato il frutto di diverse convergenze e anche di un pizzico di fortuna che non guasta mai. In altre condizioni non sarebbe mai rientrata, ma con le Olimpiadi in casa si sono messi in moto dei meccanismi eccezionali. Il merito è anche dello staff che l’ha seguita: medici, preparatori, allenatori, fisioterapisti, tutti di livello top. Ma il resto ce lo ha messo lei, con la sua testa. Con il suo talento. Con il suo istinto. Con la sua capacità di focalizzarsi sul qui e ora in quelle due gare”.

In ogni caso abbiamo visto che anche quando c’è di mezzo la tibia, la faccenda diventa ancora più delicata.
“Le fratture alla tibia per lo sci possono essere particolarmente impattanti a livello tecnico. La tibia è l’osso che ha la maggiore interazione con il gambetto dello scarpone. Perciò avere i postumi di una frattura, o anche dei mezzi di sintesi, può dare ulteriori problemi di dolore e di compensi derivanti da questo strettissimo rapporto”.

Negli ultimi anni i gravi infortuni in campo femminile si sono moltiplicati?
“I report della FIS dicono il contrario. Il tasso maggiore appartiene agli uomini e i legamenti del ginocchio restano la zona più interessata. Credo che in generale il livello della competizione sia cresciuto. Ciò porta gli atleti a spingersi al limite e, spesso, a oltrepassarlo. E in quel caso il rischio aumenta. Le classifiche non danno l’idea di quanto sia irrisoria la differenza di preparazione tra un Odermatt che domina e quello che arriva oltre la trentesima posizione. L’evoluzione dei materiali e le tecnologie sono fattori da tenere in considerazione perché soprattutto nel mondo della discesa e del superG hanno portato a velocità elevatissime e aumentato le forze in gioco. In campo femminile ci può stare anche il fattore precocità: l’esplosione dei nuovi talenti richiede alle veterane di dover alzare l’asticella e migliorare la performance”.


Si nota anche che gli atleti ci mettano tanto tempo a recuperare dagli infortuni più seri e arrivano a saltare anche due stagioni, come accaduto a Petra Vlhova rientrata solo per lo slalom olimpico senza però essere competitiva.
“I protocolli si sono allungati in base alle nuove evidenze scientifiche. Gli strumenti odierni consentono di monitorare e valutare attentamente il recupero effettivo dell’atleta prima di rimetterlo sugli sci. Ci sono dei parametri su forza e potenza che non possono essere ignorati. Affrettare i tempi aumenta il rischio di recidive. E in quel caso si può anche compromettere definitivamente una carriera. L’infortunio di Vlhova rientra nella pura casistica di un legamento crociato rotto. Il problema per lei è stato il sopraggiungere di una complicanza imprevista come la sindrome ciclopica (accumulo di tessuto cicatriziale come accaduto anche a Lauren Macuga, ne avevamo parlato qui)”.


Matteo, ma queste ragazze che spingono al massimo e ogni tanto si fanno male a cosa vanno incontro in futuro?
“Cominciamo col dire che lo sport e l’attività fisica sono imprescindibili per la salute di tutte le persone. Chi però compie una carriera agonistica vissuta con degli eccessi deve tenere in conto di portarsi dietro qualche cicatrice. Nessuno può dire di preciso cosa accadrà loro in futuro. Per quanto riguarda il settore femminile speriamo si facciano dei passi in avanti verso lo sviluppo di una medicina di genere che possa tener conto di protocolli riabilitativi e tecniche di allenamento sempre più personalizzati sulle esigenze e il fisico delle donne”.

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