Una trentina di presenze in Coppa Europa. Qualche buon piazzamento. Ma soprattutto tanti, troppi infortuni. Così, a soli 25 anni, si è conclusa la carriera di Federica Lani, promettente discesista ossolana (nativa di Baceno) poi cresciuta ed emersa nello Ski College Veneto di Falcade.
Accanto agli addii delle big, ci sono i ritiri di quelle che ce l’hanno fatta fino a un certo punto ma che ce l’hanno messa davvero tutta. Federica è proprio una di queste. E va applaudita. Non è un caso che all’annuncio sui social è partita una gara di messaggi e cuoricini di un ambiente che sa apprezzare i talenti, a prescindere dai risultati più o meno da prima pagina.
Federica, che viaggio è stato?
“Sono partita da piccolissima. Facevo sia fondo che discesa, assecondando le due discipline di cui sono rispettivamente maestri mamma e papà. Dopo aver scelto la discesa mi sono trasferita in Veneto con l’obiettivo di arrivare in Nazionale. Negli ultimi anni sono tornata in Lombardia e ho sciato all’Aprica con il GB Ski Club”.
I risultati che hai raggiunto li ritieni soddisfacenti?
“Non del tutto, perché non sono arrivata fino a dove volevo. Il sogno, lo stesso di tutti quelli che sciano, era la Coppa del Mondo. Però sono contenta di essere riuscita a fare quel che ho fatto nonostante i tanti infortuni. Mi sono fatta male già a 15 anni e al primo sono seguiti gli altri stop. Sono rimasta tanto tempo lontano dalla neve. Ho perso anni, allenamenti, opportunità che mi avrebbero permesso di crescere in fiducia. Ma va bene così. Non cambierei niente”.

Come sei riuscita, ogni volta, a venir fuori dagli infortuni? Come hai affrontato i quattro crac ai legamenti?
“Ogni sciatore di un certo livello deve mettere in conto il rischio. Il nostro è uno sport pericoloso, c’è poco da fare. Il primo kappaò l’ho avuto da piccolissima e non me ne sono resa conto appieno. Per me è stata solo una piccola sfida da affrontare. Il secondo e il terzo li ho accettati. Sapevo a cosa andavo incontro e li ho affrontati con grande determinazione, pensando che sarei tornata più forte”.
E l’ultimo?
“Molto più difficile, una mazzata. Il legamento si è rotto subito dopo il rientro dal precedente infortunio e il miglior risultato (12° posto nella discesa di Orcieres, ndr). Mi avevano già dato la possibilità di rimanere in Nazionale ma in quell’occasione ho perso l’opportunità di restare nel gruppo azzurro. E lì sono subentrate nuove difficoltà. Il ginocchio sinistro è poi quello recidivo, quello che si è rotto per la terza volta. E da quel giorno ho sempre convissuto con il dolore. E’ stata dura gestire anche l’aspetto mentale”.
E’ per i problemi fisici che ti fermi?
“Sì, la prima ragione è legata a quello che è vissuto in quest’ultima stagione. Il ginocchio si è spesso gonfiato, la settimana prima della tappa francese di Coppa Europa (Chamonix, ndr) è stata un incubo. Il dolore ti toglie sicurezza in pista”.
E gli altri motivi?
“Sono in qualche modo collegati ai problemi fisici. Mi sono accorta di non avere più quella sfrontatezza che serve a chi si dedica alla velocità per superare il limite. Ormai sciavo in sicurezza, cercando di fare le cose nel migliore dei modi. Ma se vuoi andare veramente forte devi andare al di là della tecnica e della tattica. Altrimenti, com’è successo a me, i risultati che desideri non possono arrivare”.

L’ultima stagione deve essere stata dunque complicata.
“Prepararsi ad alto livello per una competizione come la Coppa Europa non è facile se non fai parte della squadra azzurra. Sia per organizzare gli allenamenti in pista sia per l’aspetto economico”.
Quando è maturata nella tua testa la decisione di lasciare?
“Da quando sono finita fuori dalla Nazionale, essendo una senior, ho valutato di anno in anno e mi sono data delle chance per rientrare nel gruppo azzurro. Non ho mai preso una stagione come quella decisiva, mi sono sempre data una possibilità in più. Quest’anno però è stato particolare. In Coppa Europa, si è gareggiato tanto a gennaio, poi a febbraio c’è stata una lunga pausa prima del rush finale di marzo. E’ in questo periodo che ho riflettuto sul futuro e ho capito che poteva essere arrivato il capolinea”.
Il tuo miglior piazzamento nel superG di Sarentino, tredicesima.
“La stagione è stata obiettivamente sottotono se paragonata alle attese. Però di testa non ho mai mollato e sono andata avanti con la massima concentrazione fino alla fine. Anche l’ultima gara, agli Assoluti di gigante, non sono andata per godermela, nonostante non fosse la mia disciplina, ma per dare il massimo”.

Il momento più bello della tua carriera?
“Il 12° posto di Orcieres, che è anche il mio miglior risultato, mi è rimasto impresso perché lo stesso giorno è venuto a mancare mio nonno Ubaldo. E’ stato un modo per dedicargli i miei sforzi e salutarlo. E poi c’è un altro piacevole ricordo…”.
Prego.
“La prima vittoria negli Aspiranti, in un gigante a San Vito di Cadore. Ero al primo anno del College in Veneto, nessuno mi conosceva. E’ stata una sorpresa per gli altri ma anche per me”.
Che progetti hai adesso?
“Sto studiando per il test di accesso a Fisioterapia. Vorrei specializzarmi in questo ramo anche per tutte le esperienze che ho vissuto sulla mia pelle con gli infortuni. Negli anni dello sci sarebbe stato un progetto impossibile per via della frequenza obbligatoria, ora vorrei spendere bene i prossimi tre anni per laurearmi e costruire il futuro. Di pari passo, in inverno farò la maestra di sci, ma in futuro mi piacerebbe anche allenare”.

Cosa ti ha insegnato questo sport?
“Ha formato il mio carattere. Mi ha spinto a dare tutto per raggiungere un obiettivo. Se hai la motivazione, la strada prima o poi la trovi”.
E’ questo il messaggio che vuoi trasmettere anche a quei giovani costretti a fare i conti con gli infortuni?
“Quando si dice che dagli infortuni si può tornare più forti di prima non si dice una banalità. Dagli episodi controversi si cresce e se ci si impegna al massimo le cose possono sistemarsi. L’importante è non arrendersi”.
